Problemi di complessità. Analisi sui sintagmi nominali nell’italiano infantile
Abstract
L'elaborato di tesi specialistica qui riassunto si propone di studiare il parlato spontaneo di sette bambini di età compresa tra 1;9.24 e 2;6.19 anni, parlanti l’italiano come prima lingua, al fine di valutarne la capacità di produrre sintagmi nominali complessi in diverse posizioni frasali.
In particolare, il lavoro di analisi si articola in due sezioni: nella prima si affronta la comparazione tra sintagmi nominali (DP) semplici, cioè costituiti da una sola parola, e complessi, vale a dire formati da due o più parole, nelle tre distinte posizioni frasali di soggetto preverbale, soggetto postverbale, complemento; nella seconda parte, invece, si studia il fenomeno dell’omissione del determinante all’interno di DP situati in posizione di soggetto preverbale, soggetto postverbale, oggetto diretto e complemento indiretto.
Il corpus, costituito da trascrizioni di file provenienti da CHILDES e dal corpus di Ferrari-Matteini, è stato analizzato manualmente, mediante l’utilizzo di tabelle costruite ad hoc; sono state considerate solo le frasi dichiarative sia con verbo a flessione finita che con Root Infinitive, mentre le frasi ambigue o incomprensibili e le ripetizioni di frasi precedenti del bambino stesso o dell’adulto sono state ignorate, secondo gli standard trovati in letteratura.
1. DP semplici versus DP complessi
Per quanto riguarda la comparazione tra DP semplici e DP complessi, si è partiti dall’ipotesi secondo cui in posizione iniziale (soggetto preverbale) si dovrebbe rilevare un maggior numero di DP semplici rispetto alle posizioni interne alla frase (soggetto postverbale, complemento del verbo).
I riscontri in letteratura sono numerosi, a partire dalla soluzione pragmatica di Greenfield e Smith (1976), secondo cui gli elementi situazionali che possono essere presupposti (tipicamente il soggetto) tendono ad essere omessi dal bambino, mentre vengono espressi solo in condizioni di incertezza (cfr. Teoria dell’Informazione di Shannon e Weaver). Più recente e di diverso indirizzo è invece la proposta di Caprin, Ioghà (2006): nel loro studio sperimentale è stata riscontrata una maggiore percentuale di omissioni dell’intero DP in posizione soggetto rispetto alla posizione oggetto.
I dati relativi al corpus studiato confermano la presenza in posizione soggetto, oltre che di un elevato numero di soggetti nulli, anche di una percentuale maggiore di sintagmi nominali semplici piuttosto che complessi rispetto alla posizione oggetto: il soggetto, quando espresso, è spesso costituito da deittici e pronomi personali.
Tuttavia è necessario superare la spiegazione pragmatica di Greenfield e Smith (1976), poiché incapace di giustificare la maggiore percentuale di soggetti semplici in posizione preverbale rispetto alla postverbale.
Si è pertanto ricorsi ad un diverso approccio: la soluzione grammar-based and performance-driven, basata prevalentemente su Rizzi (2005), secondo cui le realizzazioni infantili non target sarebbero appunto grammar-based and performance-driven: i bambini possiedono la conoscenza grammaticale sottostante, ma semplificano la struttura a causa di limiti nella performance.
Dunque, ciò che davvero influisce sulla complessità del DP soggetto è la posizione che esso occupa all’interno della struttura sintattica. Questa, infatti, è realizzata attraverso una serie di Merge successivi, vale a dire aggiungendo sempre una nuova porzione alla struttura; pertanto si riscontra una tendenza alla complessità in posizione finale. Poiché la prima posizione viene aggiunta con l’ultima operazione di Merge, richiederà maggiore spazio in memoria. Inoltre, il soggetto viene unito al resto della struttura nella posizione di Specificatore del sintagma frasale già creato; si verifica dunque un tipo di Merge computazionalmente più complesso perché coinvolge due sintagmi già formati e non un sintagma e una Testa, come invece nel caso di complemento diretto e verbo.
Ne deriva il fatto che la posizione canonica del soggetto (preverbale) risulta avere un grado di difficoltà intrinsecamente maggiore rispetto alle altre posizioni nominali (soggetto postverbale, complemento); pertanto i bambini, avendo limitazioni di performance maggiori degli adulti per la non piena maturazione della capacità della memoria di lavoro (cfr. Hulme, Thomson, Muir, Lawrence 1984), tenderanno a semplificare più frequentemente i DP ospitati in prima posizione.
2. Omissione del Determinante
Nella seconda parte dell’elaborato si è passati al confronto tra DP con N lessicale in posizione soggetto preverbale, soggetto postverbale, oggetto diretto, complemento indiretto.
L’ipotesi di partenza è simile a quella esposta nella prima parte: in posizione iniziale (soggetto preverbale) si dovrebbe riscontrare una maggiore omissione del determinante rispetto alle posizioni interne alla frase (soggetto postverbale, oggetto diretto, complemento indiretto). È subito evidente il collegamento e la similarità del problema rispetto a quanto discusso nella prima parte; non sarà difficile immaginare che la soluzione proposta sia analoga.
Anche in questo caso la letteratura fornisce numerosi spunti, tra i quali Caprin, Ioghà (2006), Guasti, de Lange, Gavarrò e Caprin (2004) e Ferrari, Matteini (2010). Nei primi due lavori, si riscontra che la posizione iniziale della frase è più sensibile all’omissione dell’articolo rispetto alle posizioni interne; inoltre vi sarebbe un’asimmetria tra soggetto e oggetto: dai dati emerge che i bambini omettono più determinanti con i soggetti preverbali rispetto al caso di oggetti interni.
Secondo Ferrari e Matteini (2010) la posizione occupata dai DP nella frase avrebbe un ruolo cruciale nell’omissione del determinante: in base alle analisi effettuate, infatti, emerge una maggiore percentuale di omissioni nei contesti preverbali e post-preposizionali, mentre la percentuale di determinanti omessi in contesti postverbali è limitata.
I dati ricavati dal corpus utilizzato in questo progetto di tesi hanno confermato anche per l’analisi sul determinante una maggiore difficoltà nel realizzare gli elementi che occupano la prima posizione della struttura sintattica (cfr. Ferrari, Matteini 2010). Questa difficoltà, unita ai limiti di performance di cui si è detto, determina un grado più elevato di semplificazione dei DP in tale posizione attraverso l’omissione dell’articolo o l’uso di PSD (ProtoSyntactic Devices – cfr. Bottari, Cipriani, Chilosi 1993/94).
La soluzione grammar-based and performance-driven avanzata per dar conto dei dati emersi nella prima parte del lavoro sembra dunque essere la più adatta anche a spiegare le particolarità relative al fenomeno dell’omissione del determinante nel parlato spontaneo di bambini apprendenti l’italiano come L1: la posizione del soggetto preverbale è intrinsecamente una posizione di difficoltà, dovuta alla procedura di costruzione della struttura sintattica (Merge successivi) ed ai limiti della memoria di lavoro. Quando le limitazioni di performance sono più elevate, come nel caso dei bambini, si osserva un più alto grado di semplificazione degli elementi che maggiormente incidono su di esse.
Particolare attenzione è stata infine riservata all’analisi dell’elevata percentuale di omissioni di determinanti e/o preposizioni nei contesti di complemento indiretto. Sarà interessante notare che anche questo fenomeno può essere facilmente inquadrato nella stessa problematica: l’oggetto indiretto, così come il soggetto preverbale, viene aggiunto alla struttura frasale tramite un’operazione di Merge del tipo Specificatore-Sintagma. Dunque, anche in questo caso il bambino tende a semplificare in modo più o meno drastico quelle strutture che richiedono un apporto computazionale e di performance troppo elevati per le sue ancora limitate abilità linguistiche.
dicembre 15th, 2010 - 19:52
Buona sera,
sono una studentessa universitaria al secondo anno di lingue e vorrei analizzare meglio per un esame i Root Infinitives.
Tutte queste notizie sono veramente interessanti ma starei cercando ulteriori informazioni sulle percentuali in cui ad esempio i Root Infinitives sono usati in frasi principali nelle diverse lingue o almeno nel francese, tedesco, olandese, russo e inglese vs italiano, spagnolo e catalano.
Spero ci sia qualcuno che possa aiutarmi!
Margherita
dicembre 17th, 2010 - 22:50
Ciao Margherita (ti do del tu perché abbiamo pochi anni di differenza ;P ),
prima di tutto ti ringrazio per avermi scritto e per aver trovato il mio lavoro di tesi interessante (purtroppo non capita spesso, neppure tra gli “addetti ai lavori”!).
Così su due piedi non so darti indicazioni precise sui Root Infinitives, soprattutto in ottica interlinguistica… c’è qualche articolo del prof. Luigi Rizzi sull’argomento, ma se inserisci “Root Infinitives” in google ti escono un sacco di risultati!
Tentaci e, nel caso non trovassi niente di interessante, fammi sapere che “dissotterro” il mio materiale.